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EURASIA. RIVISTA DI STUDI GEOPOLITICI
Anno II - Numero 3
Ottobre-dicembre 2005
Il Mediterraneo ha costituito per secoli il centro geopolitico
dei conflitti tra le potenze europee; ma anche oggi, nellepoca
in cui lo scontro geopolitico avviene su uno scenario continentale
(eurasiatico), larea mediterranea rimane il luogo di una possibile
frattura tra Nord e Sud, la zona che un occupante straniero deve
necessariamente controllare. Ecco perché il tema del Mediterraneo,
al quale è in gran parte dedicato questo numero di Eurasia,
rappresenta una scelta veramente opportuna.
Il Mar Mediterraneo è uno spazio sacro per diverse tradizioni,
culture e popoli; anche se questo aspetto non occupa un posto rilevante
nelle considerazioni dei geopolitici, il contributo di Claudio Mutti
(Delenda Carthago) sulla storia e sulla fine di Cartagine getta
luce su tale questione, quanto meno in maniera indiretta, allorché
egli considera la contrapposizione tra il materialismo cartaginese
e la cultura greco-romana e prende in considerazione sotto langolatura
storica il conflitto tra una potenza essenzialmente di terra (Roma)
e un imperialismo talassocratico (Cartagine).
A questo punto va menzionato il breve articolo di Anna Maria Turi
su Malta, poiché questo piccolo Stato si trova allincirca
tra la costa dellantica Cartagine e la penisola italica. Malta,
che può esser detta lunico Stato arabo membro dellUnione
Europea, merita unattenzione speciale per via della sua storia
lunga e movimentata, nella quale si sono concentrati quasi tutti
i fattori delle vicende mediterranee.
Il Mar Nero può esser visto come una estensione del Mediterraneo.
Il Mar Nero è stato oggetto di lunga contesa tra gli eredi
dellimpero bizantino ed oggi, dopo il dissolvimento dellURSS,
è uno dei luoghi in cui è più aggressiva la
penetrazione occidentale nel cuore del continente eurasiatico. Di
ciò si occupa Daniele Scalea nel breve ma incisivo studio
su La guerra degli oleodotti intorno al Mar Nero. Stefano Rimini,
a sua volta, tratta dellimportanza rivestita dalla Crimea
(Crimea: analisi storica e questioni attuali), la penisola del Mar
Nero che è teatro di conflitti di nazionalità pressoché
ignorati.
Carlo Terracciano, recentemente scomparso e commemorato in un
necrologio per la sua vita consacrata allideale della liberazione
europea ed eurasiatica, stabilisce una interessante analogia tra
il nostro Mediterraneo e altre due regioni del globo:
il Mar dei Caraibi e il Mar Cinese Meridionale (I Mediterranei del
mondo). Ciascuno di questi tre mari regionali non solo è
circondato dalla terraferma o da grandi isole (è il caso
del Mar Cinese Meridionale), ma ha anche, al centro, unisola
che è la chiave strategica per il dominio di tutta larea.
Sono la Sicilia, Cuba e Formosa (Taiwan). La conquista della Sicilia
da parte degli USA è il tema di un accurato studio di Alessandro
Lattanzio (La Sicilia tra il luglio 1943 e il dicembre 1945), pubblicato
anchesso in questo numero di Eurasia. Quanto a
Cuba, la presenza degli Statunitensi sul territorio dellisola
socialista è tristemente famosa per via del campo di concentramento
per Musulmani situato nella baia di Guantanamo, mentre Taiwan costituisce
la postazione americana contro quello che si profila come il nemico
principale degli USA: la Cina. I tre punti nevralgici dei tre Mediterranei
del mondo sono dunque tutti quanti sotto il controllo della potenza
mondiale egemone.
Alberto B. Mariantoni (Dal Mare Nostrum al Gallinarium
Americanum. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente)
illustra levoluzione del Mare Nostrum in un retroterra
americano, presentando un elenco completo delle basi statunitensi
(basi militari e spionistiche) nella regione mediterranea, fino
al Vicino Oriente. Alla presenza militare statunitense in unaltra
regione dellEurasia è invece dedicato linteressante
articolo di Fabrizio Vielmini, La presenza militare USA in Asia
centrale.
La strategia di questa conquista del grande spazio europeo ed
eurasiatico attraverso il canale mediterraneo è analizzata
da Antonio Venier (La geostrategia statunitense nel Mediterraneo
e nel Vicino Oriente), il quale conclude che le operazioni
della grande strategia americana sono state fino ad oggi sostanzialmente
coronate dal successo, con il solo ostacolo della tenace resistenza
irachena.
Una parte di questa strategia americana coinvolge la nuova
Algeria, che, invece di percorrere la via democratica verso
linstaurazione di uno Stato islamico (cammino iniziato con
le elezioni del 1991), è stata trascinata in una sanguinosa
guerra civile, finché è riemersa come stabile base
operativa per la penetrazione americana nei territori nordafricani,
grazie allinstallazione di una base di telecomunicazioni per
la cosiddetta guerra al terrore. Questa sequela di fatti
si trova nellarticolo di Filippo Pederzini La nuova
Algeria. Lombra statunitense sulle coste del Mediterraneo
sud-occidentale.
Un esempio di resistenza araba contro il dominio imperialista
è rievocato da Spartaco Alfredo Puttini (Limmagine
della Sfinge: lEgitto di Nasser e lopinione pubblica
italiana). Lautore esamina le reazioni dellopinione
pubblica italiana nei momenti alle notizie provenienti dallEgitto
nasseriano, nella prospettiva di unalleanza euro-araba per
lintegrazione euromediterranea.
Chi si avvantaggia dellattuale situazione di egemonia occidentale
sul Mediterraneo sono le varie specie di mafiosi che esercitano
il traffico di stupefacenti dallAsia alla Turchia ai Balcani,
o controllano il mercato degli schiavi tra la mafia russa
e lentità sionista. Alcuni particolari aspetti di questa
realtà sono trattati da Adriano Scianca, che in Narcotraffico
e Mediterraneo si concentra sul traffico di droga indicandone gli
operatori unicamente in Albanesi e Cecena.
Silvia Zugno descrive, con interessanti particolari, un festival
tenuto a Tirana nel giugno 2005, al quale hanno partecipato vari
gruppi dediti alla diffusione della democrazia (ossia
alla sostituzione della sovranità nazionale con la subordinazione
alla strategia mondialista e ai valori culturali americani).
Lautrice si addentra nella strategia retrostante, che si trova
esplicitamente descritta in testi strategici statunitensi come ad
esempio Restoring the American leadership: 13 cooperative steps.
Tuttavia cè un aspetto che non viene menzionato: la
strategia americana deve il suo successo non soltanto alle irrealistiche
aspettative di libertà e prosperità,
che vengono sfruttate dagli organizzatori delle rivoluzioni
colorate, ma anche alle ingiustizie storiche commesse dalle
stesse potenze eurasiatiche (Mosca, Pechino e altre). La strategia
eurasiatista deve tener presente questo fatto, se vuole avere successo.
Costanzo Preve, filosofo di formazione marxista diventato un collaboratore
costante di questa rivista, pone una serie di questioni veramente
opportune. Sul rapporto tra lEuropa e il suo Mediterraneo
(LEuropa e larea euro-mediterranea) egli sembra chiedere:
quale Europa? Sappiamo di che cosa stiamo parlando? Esiste unEuropa
cristiana? Esiste unEuropa carolingia? UnEuropa illuminista?
UnEuropa borghese? Per Preve il punto focale, a parte tali
questioni, è la trasformazione dellEuropa negli anni
decisivi 1989-1991, un periodo in cui le concezioni ristrette sullEuropa
sono diventate anacronistiche, mentre la riunificazione
dellEuropa è stata un successo strategico per gli USA
e la strategia euro-atlantista. In generale, lallargamento
dellEuropa non può essere visto in termini di positivo-negativo,
ma nella prospettiva di una crisi, anche di natura antropologica.
Lostacolo principale alla costituzione di una unità
euro-mediterranea è, naturalmente, la demonizzazione dellIslam:
non solo la demonizzazione in chiave estremista rappresentata dallodio
fallaciano, ma anche quella che si articola intorno al concetto
della arretratezza dellIslam. (Per quanto concerne
lo scontro di civiltà col mondo islamico, si
veda anche lintervista rilasciata da Enrico Galoppini: Mondo
islamico e disinformazione: la dimensione mediatica dello scontro
di civiltà). Preve si aspetta una inevitabile secolarizzazione
delle società musulmane, come effetto del progresso scientifico.
Evidentemente egli non prende in considerazione la funzione ciclica
dellIslam né la speciale relazione esistente in Islam
tra la conoscenza e il sacro, grazie alla quale la cultura islamica
è alle origini della scienza moderna, anche se nella tradizione
islamica il posto della scienza non è al centro, ma nella
struttura della tradizione stessa. Questo equilibrio non ha potuto
essere trasmesso allEuropa cristiana, sicché questultima
ha conosciuto uno sviluppo tecnico unilaterale inteso come fine
in sé o come mezzo per il profitto capitalistico. Perciò
possiamo dire che lIslam non solo non sarà secolarizzato
dalla tecnica, ma che anzi esso e soltanto esso dispone dei mezzi
idonei per distruggere la pseudoreligione idolatria del capitalismo,
le cui radici, in questo numero di Eurasia, vengono
fatte risalire allepoca biblica (cfr. Marek Glogoczowski,
Genesi biblica della rivoluzione iperborghese).
Preve ha recentemente trattato la questione delle prospettive
geopolitiche europee nel suo libro Filosofia e geopolitica, pubblicato
dalle Edizioni allinsegna del Veltro (la stessa casa editrice
che pubblica Eurasia) e recensito in questo numero della
rivista da Daniele Scalea.
In un suo altro contributo presente in questo numero (I referendum
sulla costituzione europea) Costanzo Preve fornisce
una panoramica della globalizzazione e dellopposizione che
essa incontra. Per lui la costituzione bocciata da Francesi
e Olandesi è un passo verso unEuropa neoliberale, parte
del blocco occidentale egemonizzato dagli USA, e quindi egli loda
la bocciatura di tale costituzione. A questo intervento
ne segue uno di Claudio Mutti (Il bambino e lacqua sporca),
che concorda con la critica di Preve alla orribile Europa
dei burocrati neoliberali, ma mette in guardia contro la demolizione
degli strumenti europei per la costruzione di unEuropa integrata
e quindi un possibile impero europeo indipendente da Washington.
Un grave pericolo, secondo Mutti, è dato dalla regressione
allEuropa delle piccole patrie, lEuropa
dalle cento bandiere, ossia un mosaico di staterelli che non
potrebbe costituire un contrappeso rispetto alla superpotenza americana
e che è caldeggiato dai movimenti populistici e di estrema
destra (sempre islamofobi e xenofobi secondo diverse graduatorie).
Aggiungiamo da parte nostra che tali movimenti, in crescita in alcuni
paesi europei, possono rappresentare una seconda pista per Washington
e Tel Aviv, se i burocrati neoliberali non riescono
a realizzare il programma globalista.
Questo argomento viene trattato da Claudio Mutti anche in una
recensione critica del libro di Federico Prati e Silvano Lorenzoni
Scritti etnonazionalisti. Per unEuropa delle Piccole Patrie,
libro che presenta una prospettiva diametralmente opposta a quella
di ogni idea imperiale, e delleurasiatismo in particolare.
Dei due autori di questo libro, il secondo ci è noto per
avere scritto no studio illuminante su Chronos. Saggio sulla metafisica
del tempo e un interessante - ma in parte stupido studio
sulla degenerazione delle razze umane intitolato Involuzione. Il
selvaggio come decaduto. Stranamente, Lorenzoni non sembra accorgersi
che il micronazionalismo da lui proposto costituisce proprio una
via per giungere alla degenerazione delle culture, alla pigmeizzazione,
per usare un suo termine. Ma quello che Claudio Mutti mette in luce
è un altro aspetto di questa idea di un piccolo Stato
per ogni piccolo gruppo etnico: la sua compatibilità
per non dire di più coi progetti americano-sionisti
di frammentazione di tutte le possibili realtà rivali, come
è dimostrato dai casi del Cossovo e del Curdistan. Una analoga
posizione etnonazionalista volkisch neologismo
tre volte ridondante, come osserva Mutti è rappresentata
da Guillaume Faye, il quale è uno dei principali agents dinfluence
che operano per trasformare la destra europea, vecchia o nuova,
in un senso favorevole ai progetti atlantismi.
Martin A. Schwarz
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