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Nel Diario di un delicato spiccano in particolare
quegli aforismi che esprimono i traguardi raggiunti da Drieu sul
piano della meditazione religiosa, alla quale si andava dedicando
sempre più profondamente nell'ultima fase della sua produzione
e della sua esistenza, dalla quale si faceva delicatamente assorbire,
fino a morire con le Upanishad tra le mani. In tutte le sue opere,
ed anche in quest'ultima, vive intatto il fascino potente di un
itinerario che va dal divertissement decadente fino all'apertura
metafisica, un itinerario che passa per l'impegno politico di un
convinto fascista europeo. ("La Contea", IV, 28-29, giugno-luglio
1987)
Diario di un delicato, forse il libro più "difficile"
di Drieu, è certamente quello che incide con più violenza
nell'anima. Provoca infatti un malessere, un senso d'impotenza nel
lettore: è difficile leggerlo in modo distaccato, critico.
Occorre, dopo averlo letto, chiuderlo in un cassetto e riprenderlo
dopo molto tempo. ("L'Umanità", 10 agosto 1997)
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