| Alessandro
Lattanzio, Terrorismo sintetico, pp. 184, € 20 |
Il quinto anniversario degli attentati dell'11 settembre ha segnato
un chiaro spartiacque all'interno della vicenda che più di
ogni altra sta condizionando tutto ciò che avviene nel mondo
da quel giorno.
Si è infatti conclusa, almeno a grandi linee, la tormentata
fase "investigativa", condotta in ogni angolo del globo
dai cosiddetti ricercatori dell'undici settembre: dozzine e dozzine
di spassionati "detectives in pantofole" - persone di ogni
ceto, nazionalità e professione - seduti instancabilmente davanti
ai loro monitor, in perenne contatto fra di loro, che sin dal primo
giorno hanno analizzato, verificato e rivoltato come un guanto ogni
singolo aspetto della versione ufficiale dei fatti, fino a metterne
in luce una sostanziale incongruenza complessiva. A costoro si è
poi aggiunta, nel corso dell'ultimo anno, la preziosa collaborazione
di un gruppo di personaggi di indiscussa levatura professionale, scientifica
e morale (quali il teologo David Ray Griffin, o il cattedratico di
Fisica Steven Jones), che ha permesso di legittimare anche a livello
di informazione ufficiale i risultati della ricerca svolta in precedenza.
Nessuno di noi saprà mai con precisione che cosa è successo
quel giorno, ma almeno oggi possiamo stabilire, con relativa certezza,
che cosa non è successo: nessun Boeing 757 ha mai colpito il
Pentagono, nessun Boeing 757 è mai stato abbattuto dagli "eroici
passeggeri" in un campo della Pennsylvania, e le Torri Gemelle
non sono affatto crollate da sole, come ci è stato detto, a
causa dei soli impatti degli aerei e degli incendi che ne sono conseguiti.
In altre parole, la versione ufficiale pare essere una mastodontica
finzione, costruita per coprire un autoattentato nel quale le autorità
americane avrebbero avuto, nella migliore delle ipotesi, una complicità
solo parziale.
Per quanto a prima vista inaccettabile - chi di noi non ha pensato,
almeno una volta, che “gli americani non si farebbero mai una
cosa del genere da soli”? - questa conclusione è ormai
suffragata da una lista di indizi impietosamente lunga e dettagliata,
la qual cosa conferma che il vero “problema undici settembre”
è di carattere psicologico.
È la nostra ingordigia - di benessere, di petrolio, di potere
e di felicità artificiale - a creare i presupposti per un nemico
che ci autorizzi ad andarci a prendere ciò che ci serve per
appagarla, senza per questo dover riconoscere che stiamo derubando
il legittimo proprietario.
Lapsus freudiano o calcolo che fosse, non si può infatti dimenticare
la frase pronunciata da Bush all'alba dell'invasione dell'Afghanistan:
“The American standard of life is not in discussion”.
Lo standard di vita americano non è in discussione.
Ma accettare l'ipotesi dell'autoattentato significa anche accettare
che il nemico non è più “là fuori”
- feroce e spietato finché vuoi, ma sempre riconoscibile e
ben identificabile - ma è dentro di noi. È fra di noi,
è fatto come noi, e agisce contro di noi. È questo baratro
di insicurezza, umanissimo e comprensibilissimo, che spesso ci impedisce
di guardare con lucidità ad una serie di elementi che in altre
situazioni basterebbero per mandare all'ergastolo sette generazioni
di criminali.
Ecco quindi, anche, la radice di quel testardo meccanismo di diniego,
che porta persone di provata intelligenza ad apparire come dei poveri
mentecatti, incapaci di riconoscere ciò che a mente sgombra
dovrebbe risultare ovvio per chiunque.
Significativa, in questo senso, è stata la testimonianza di
David Ray Griffin al recente Convegno Internazionale di Bologna sull'undici
settembre: “Io sono arrivato tardi sulla scena - ha raccontato
lo studioso americano - Inizialmente un amico mi sottopose queste
‘teorie alternative’, ma dopo una rapida occhiata le respinsi
come assolutamente inaccettabili. Solo dopo che mi furono sottoposte
di nuovo, e con una certa insistenza, cominciai a vedervi qualcosa
di sensato. A quel punto, in soli due giorni recuperai tutto il terreno
perduto, e di colpo vidi chiara l'immagine di quello che era davvero
successo quel giorno”.
Come dicevamo, una volta superato l'ostacolo psicologico, una volta
accettata la mera possibilità che un crimine del genere sia
opera di “gente come noi”, la montagna di indizi contro
la versione ufficiale si rivela semplicemente disarmante.
Se quindi il lettore si trovasse a provare un rifiuto istintivo, “categorico”,
per la materia qui trattata, si conceda almeno la possibilità
di una seconda valutazione dei fatti, da effettuare quando si sentirà
magari più disposto ad accettarne anche le pesantissime implicazioni.
Non è stato facile per nessuno, credetelo.
Massimo Mazzucco
Los Angeles, 11 settembre 2006
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