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Quella che m'accingo a illustrare è la terza uscita della
collana "Quaderni di geopolitica", curata da Tiberio Graziani
e edita dalle Edizioni all'insegna del Veltro. Intenzione di tale
collana è quella di pubblicare brevi testi di importanti
teorici della geopolitica che, per un motivo o per l'altro, sono
oggi dimenticati. Il fatto che i primi due volumi fossero dedicati
a Karl Haushofer, e questo terzo a Johann von Leers, non è
certo casuale: il problema è che la ripulsa generale verso
il fenomeno nazista degli anni '30 e '40 è stata da alcuni
strumentalizzata per colpire indiscriminatamente tutti coloro che
si potessero anche solo a fatica collegare a tale fenomeno (si pensi
proprio a Haushofer, imprigionato in un campo di concentramento
hitleriano, eppure tacciato di simpatie naziste). Von Leers fu senza
dubbio legato al nazionalsocialismo - come la quasi totalità
dei Tedeschi negli anni '30 e '40, del resto; ma quando si opta
per un approccio scientifico (e lo studio della geopolitica non
ne ammette altri), qualsiasi fattore ideologico e persino politico
andrebbe accantonato, in modo da permettere una serena indagine
e riflessione sull'oggetto in esame, per inquadrare il quale mi
rifaccio alla documentatissima (86 note bibliografiche per un testo
di 23 pagine) introduzione di Claudio Mutti.
Von Leers nacque nel 1902 e, benché dedicatosi agli studi
di giurisprudenza, coltivò numerosi interessi intellettuali
e, tra tutti, lo studio di lingue straniere (russo, polacco, yiddish,
ungherese e giapponese, oltre al latino). Tramite la moglie, von
Leers entrò in contatto con l'antropologo e filologo olandese
Hermann Wirth, celebre per le sue ricerche sulle origini dei popoli
indoeuropei e dei culti monoteistici. Molto attivo in ambito culturale,
con numerose pubblicazioni, collaborazioni e pure direzioni di riviste
scientifiche, von Leers seppe inoltre trovare buoni agganci altolocati
nel regime nazista; ciononostante egli mostrò sempre una
profonda autonomia di pensiero; e Mutti tiene a sottolinearlo, citando
ad esempio i suoi interventi contro l'antiebraismo più violento
e nichilista e contro l'invasione dell'Unione Sovietica. Quest'ultimo
punto rimanda all'amicizia che von Leers nutrì proprio con
Karl Haushofer, altro studioso della cultura nipponica e propugnatore
di un asse "eurasiatico" Roma-Berlino-Mosca-Tokyo. Ancora
interessante fu la durissima critica cui von Leers sottopose l'opera
e le teorie di Oswald Spengler, assertore della "unità
della razza bianca" contro la "rivoluzione di colore mondiale":
von Leers salutò invece con benevolenza l'avvento di potenze
extraeuropee, le quali minavano la supremazia mondiale dell'Occidente.
Come si sarà capito, von Leers - per quanto innegabilmente
nazista e autore di libelli antiebraici - fu un pensatore libero
ed eterodosso, di cui in effetti non pare peccato interessarsi (e
si consideri che l'interesse non sottintende necessariamente la
condivisione). Benché il contenuto dell'opera in esame si
riferisca a questo primo periodo della vita di von Leers, vale la
pena tratteggiare per sommi capi anche quello che seguì al
1945. Internato in un campo di concentramento statunitense, egli
riuscì a evaderne dopo diciotto mesi e nel 1950 si imbarcò
per l'Argentina, dove sotto Peròn s'era riunita una consistente
comunità d'esuli tedeschi. Caduto il Generale nel 1955, von
Leers lasciò il paese sudamericano per la volta dell'Egitto,
dove aveva preso il potere il Raìs nazionalista panarabo
Nasser. Accolto da un vecchio conoscente, il Gran Muftì di
Gerusalemme, nel paese dei Faraoni von Leers si convertì
all'Islam assumendo il nome di Omar Amin. Nasser affidò la
responsabilità del Servizio di Propaganda Antisionista a
von Leers, il quale, tra le altre cose, diresse un programma radiofonico,
“La voce degli Arabi", ch'era trasmesso su onde corte
e destinato ad ascoltatori europei, africani e sudamericani. Fu
impegnato al servizio dello stato egiziano fino alla morte, sopraggiunta
il 3 marzo del 1965.
Il testo riprodotto nel "Quaderno di geopolitica" col
titolo L'Inghilterra. L'avversario del continente europeo, è
la traduzione della conferenza che von Leers tenne in lingua tedesca,
il 15 giugno 1940, presso la sezione di "Storia della Civiltà"
dell'Istituto Kaiser Wilhelm di Roma.
Il professore tedesco individua nel 1090, e cioè nell'invasione
normanna, il punto di svolta e la data di nascita della moderna
Inghilterra: prima d'allora, gli abitanti angli, sassoni e juti
erano stati pacifici contadini; dopo l'arrivo e la vittoria di Guglielmo
il Conquistatore, «l'Inghilterra normanna divenne l'elemento
perturbatore di prim'ordine in Europa». Spiega ancora von
Leers: «Dal momento che i Normanni presero possesso delle
isole britanniche, la politica estera che da lì partiva mutò
completamente. Gli Anglosassoni si erano soltanto difesi contro
gli attacchi che partivano dalla terraferma. I Normanni invece si
servirono dell'Inghilterra come base per reprimere le potenze della
terraferma. Per primi hanno valorizzato l'insularità inglese,
il vantaggio di essere in una terra senza vicini e inattaccabile,
come politica di potenza». Nelle pagine che seguono, attraverso
l'attenta rievocazione storica, von Leers individua i tratti principali
della strategia "anglonormanna" - tratti nei quali riconosciamo
molti tipici elementi della condotta d'una potenza talassocratica.
Gl'Inglesi riconobbero nella maggiore potenza continentale - prima
la Francia e la Spagna, poi la Germania - il loro principale nemico,
e contro di essa rivolsero tutti gli sforzi, tenendo però
ben fermi due elementi tattici: la valorizzazione della loro insularità,
che faceva d'una minaccia diretta un caso remotissimo; l'aggiramento
del proprio punto debole, ossia la debolezza demografica, col ricorso
a "truppe ausiliarie", cioè agli altri paesi europei
fomentati contro la prima potenza. L'acrimonia di Londra verso la
Francia (e, dopo Sedan, verso la Germania), sarebbe in realtà
lo specchio d'una generale ostilità verso l'Europa: l'Inghilterra
eleva il proprio status di potenza attraverso la supremazia marittima,
e per mantenerla dev'essere sicura che non spuntino concorrenti;
in particolare, deve impedire che l'Europa s'unisca sotto una sola
bandiera e, assicuratasi per terra, volga le proprie enormi risorse
verso i mari (da qui la classica "politica dell'equilibrio").
In un certo senso, possiamo rivedere in questa strategia, la cui
formulazione von Leers attribuisce alla regina Elisabetta (seconda
metà del XVI secolo), un "clone" su scala minore
di quella indicata alcuni decenni prima da Sir Halford Mackinder
a dimensione eurasiatica.
La lettura di questo piccolo volume risulta interessante non solo
a livello storiografico, ma lo è tanto di più nella
misura in cui, traendone spunto, si può attualizzarne il
contenuto e trarne qualche insegnamento per le cose presenti. Infatti,
come possiamo notare, la condotta geopolitica dell'Inghilterra non
è sostanzialmente mutata dopo il 1945, ma si è semplicemente
adattata alle mutate situazioni: allo scadimento del ruolo egemone
della corona britannica, allo spostamento del centro di potenza
mondiale, al tentativo d'unificazione europea. La strategia britannica
si è adeguata a questi elementi di novità. Ai primi
due, ha risposto accettando un ruolo subalterno agli USA, con tutto
ciò che di remunerativo discende dall'essere "braccio
destro" della maggiore potenza mondiale. Al terzo, non ha fatto
altro che continuare per procura (di Washington) e con mezzi differenti
(non più militari ma diplomatici) la tradizionale politica
ostile ad ogni saldatura nel Vecchio Continente: compito che esercita
dall'interno dell'Unione Europea, tramite lo strumento del veto
conferitole dal requisito dell'unanimità, prevenendo per
quanto possibile ogni forma d'integrazione politica.
Per quanto sia dunque criticabile la figura di Johann von Leers,
egli probabilmente non sbagliava nell'additare l'Inghilterra come
«l'avversario del continente europeo».
Daniele Scalea, "Eurasia" 3/2005
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