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Nello stesso anno in cui veniva
alla luce Federico di Svevia, un misterioso costruttore di cattedrali
affiliato alla corporazione dei Magistri Comacini raffigurava sul
Battistero di Parma il profilo di un cane levriere. E' infatti con
l'immagine di un veltro che termina lo zooforo antelamico, cioè
la sequela di settantanove figure che circonda l'edificio e che ci
presenta, tra i vari "animali fantastici", anche quei tre
in cui si imbatterà l'Alighieri: la lonza, il leone, la lupa.
Dante, come è noto, si smarrisce nella "selva oscura"
oltre un secolo dopo; ma sia gli animali che ostacolano il suo cammino
sia il Veltro preannunciatogli da Virgilio sono già presenti
sul Battistero parmigiano.
Del rapporto che intercorre tra l'opera dell'Antelami e la dottrina
del Santo Impero ci siamo già occupati altrove [1].
Qui vorremmo invece ricordare come negli ambienti ghibellini del territorio
compreso tra Parma e Reggio l'antroponimo Veltro sia attestato fin
dal 1246: lo portò (e lo trasmise a uno dei suoi figli) il
libero signore del Castello e della terra di Vallisnera, condomino
nelle Valli dei Cavalieri, quel Veltro da cui discendono i rami dei
Vallisneri fino ai giorni nostri [2]. D'altronde,
la figura di un veltro compare nello stemma della famiglia, che viene
descritto così: "D'oro alla fascia di rosso caricata dal
veltro corrente d'argento, collarinato d'oro, accompagnata in capo
da una stella rossa" [3].
Non è dunque il caso di insistere ulteriormente sul rapporto
del Veltro con l'idea dell'Impero e col ghibellinismo. Se mai, ci
si può interrogare circa le basi su cui tale rapporto si fonda.
Aroux, che identifica il Veltro con Can Grande della Scala, spiega
che il nome Can "si prestava a una duplice allusione, nel senso
di cane da caccia, veltro, nemico della lupa romana, e nel senso di
Khan dei Tartari" [4]. Scrive altrove
questo medesimo autore:
| Questi Tartari, sempre secondo Yvon
(di Narbona, n.d.r.), consideravano i loro monarchi come degli
dèi, principes suorum tribuum deos vocantes (...)
Secondo lui, questi stessi Tartari, ai quali all'epoca ci si
interessava tanto, "avevano scelto come capo uno dei loro,
che fu innalzato su uno scudo ricoperto con un pezzo di panno,
su un povero FELTRO fu levato, e chiamato Kan (...)
fu chiamato Cane, che in lor linguaggio significa imperadore.
(...) Non bisogna dunque stupirsi troppo dei nomi bizzarri
di Mastino e Cane, dati a quei Della Scala che
dominavano sulla Lombardia e che i ghibellini riconoscevano
come loro capi. Quello di Veltro non è che un sinonimo
(...) [5] |
Riprendendo l'interpretazione di Aroux, Guénon aggiunge che,
"in diverse lingue, la radice can o kan significa
'potenza', il che si collega ancora allo stesso ordine di idee"
[6]; inoltre Guénon fa notare [7]
che al titolo turco-tataro di Khan equivale quello latino di
Dux, applicato al Veltro dallo stesso Dante:
(
) un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
(Purg.
XXXIII, 43-45) |
Trasformato in Cane e quindi in Veltro, il titolo di
Khan venne dunque trasferito tanto sulla figura archetipica
del monarca universale quanto su alcuni personaggi storici di parte
ghibellina.
Oltre a Can Grande della Scala, che a questo proposito è forse
il più citato, altre personalità sono state identificate
con il Veltro dantesco, per via della loro maggiore o minore rispondenza
alle caratteristiche essenziali dell'archetipo. Ci limitiamo a menzionarne
tre: Enrico VII di Lussemburgo, Ludovico il Bavaro e Uguccione della
Faggiola.
Enrico VII, "l'alto Arrigo", nel Paradiso dantesco viene
rappresentato in termini di perfetta coincidenza con l'archetipo imperiale,
come è stato magistralmente messo in evidenza da Vasile Lovinescu:
| In mezzo al "convento" della
milizia santa, quindi nella terza cinta, si trova il trono dell'alto
Arrigo, sovrapposto al Motore Immobile, in stato di identità
con esso. Enrico VII, in un tale stato di identità, rappresenta
direttamente nell'universo il Motore Immobile e quindi è
il centro immanente del mondo; e per via di una traslazione
discendente lungo l'Asse polare, è anche il centro di
un gruppo di monaci cavalieri. Dunque, può essere soltanto
l'esponente del potere regale? Quanto fosse effettivo Enrico
VII, non ha importanza. L'importante è che la funzione
di Imperatore romano per certi "conventi" del Medio
Evo rappresentava ambedue i poteri grazie alla sua continuità
con la funzione del Cesare romano, che era al contempo Pontefice
Massimo e Imperator. [8] |
Quanto a Ludovico il Bavaro, "che quando fu eletto parve uomo
valoroso e franco a Giovanni Villani, dovette maggiormente parerlo
a chi stava esule dalla patria aspettando con bramosia e impazienza,
novità e avvenimenti che dessero vittoria alla propria parte
abbassata" [9]. Esule dalla patria,
Dante morì sette anni dopo che Ludovico, nel 1314, era diventato
re di Germania, suscitando quelle aspettative di restaurazione imperiale
che la "parte abbassata" dei ghibellini continuò
a nutrire anche in seguito. Infatti, come riferisce il cronista guelfo:
| negli anni di Cristo 1326, del mese
di Gennaio per cagione della venuta del duca di Calavra in Firenze,
i Ghibellini e' tiranni di Toscana e di Lombardia e di parte
d'imperio mandarono loro ambasciadori in Alamagna a sommuovere
Lodovico duca di Baviera eletto re dei Romani, acciocché
potessono resistere e contrastare alle forze del detto duca
e della gente della Chiesa, ch'era in Lombardia. [10] |
Il 31 maggio 1327 Ludovico cinse la Corona Ferrea, sicché
| incontanente, e
in quello medesimo tempo, si commosse quasi tutta Italia a novitade;
e' Romani si levarono a romore e feciono popolo (...) e mandarono
loro ambasciadori a Vignone in Proenza a Papa Giovanni, pregandolo
che venisse colla corte a Roma, come dee stare per ragione;
e se ciò non facesse, riceverebbono a signore il loro
re de' Romani detto Lodovico di Baviera; e simile mandarono
loro ambasciadori a sommuovere il detto Lodovico chiamato Bavaro.
[11] |
L'anno successivo Ludovico il Bavaro venne incoronato imperatore;
ma non dal papa, bensì dal popolo romano, perché aveva
abbracciato la dottrina di Marsilio da Padova.
Uguccione della Faggiola (1250 circa-1319) fu un celebre capo ghibellino
della Toscana, al quale Dante avrebbe inviato l'Inferno nel 1307.
Dopo aver ricoperto per cinque volte la carica di podestà,
dal 1309 al 1310 fu signore di Arezzo, podestà e capitano di
guerra di altre città, vicario di Enrico VII a Genova e finalmente,
nel 1313, signore di Pisa; a Pisa e poi anche a Lucca esercitò
un potere assoluto. Nel 1313 sconfisse i guelfi a Montecatini, ma
nel 1316 una ribellione lo costrinse ad esulare, sicché trascorse
gli ultimi anni della sua vita al servizio di Can Grande della Scala.
(da: Claudio Mutti, Carlo Troya e il Veltro allegorico di Dante, "Vie
della Tradizione", 113, gennaio-marzo 1999)
1. C. Mutti, Simbolismo
e arte sacra. Il linguaggio segreto dell'Antelami, Parma 1978; Idem,
L'Antelami e il mito dell'Impero, Parma 1986.
2. G. Vallisneri,
I Vallisneri: da Veltro ai nostri giorni, Parma 1996.
3. M. De Meo, Le
case longobarde dei Platoni e dei Vallisneri, "Malacoda"
(Parma), 76, gennaio-febbraio 1998, p. 19.
4. E. Aroux, Clef
de la Comédie anti-catholique de Dante Alighieri, Paris 1856;
rist. Carmagnola 1981, p. 40.
5. E. Aroux, Dante.
Hérétique, revolutionnaire et socialiste, Paris 1854;
rist. Bologna 1976, pp. 119-120.
6. R. Guénon,
L'esoterismo di Dante, Roma 1971, p. 62.
7. Ibidem.
8. V. Lovinescu
(Geticus), La Colonna Traiana, Parma 1995, p. 85.
9. D. Fransoni,
Studi vari sulla Divina Commedia, Firenze 1887, pp. 306-307.
10. Giovanni Villani,
X, 18.
11. Giovanni Villani,
X, 20.
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