Eurasia 3-2005

recensioni

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Autore: AA. VV.
Pagine: 248
Data di pubblicazione: 2005
Collana: Eurasia, Rivista di studi Geopolitici
Prezzo: 18.00 euri
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Ottobre/dicembre

Editoriale (Tiberio Graziani)
La Repubblica Islamica dell’Iran: il principio della Guida Suprema (Pejman Abdolmohammadi)
Democrazia e talassocrazia (Anonimo)
Genesi biblica della rivoluzione iperborghese (Marek Glogoczowski)
Implicazioni della presenza militare degli – USA in Asia centrale: situazione corrente e prospettive (Fabrizio Vielmini)
Il dono di Bisanzio (Eduard Volodin)

Dossario: Il Mediterraneo

Dati e raffronti (Aldo Braccio)
La Sicilia tra il luglio 1943 e il dicembre 1945 (Alessandro Lattanzio)
Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente (Alberto B. Mariantoni)
Tigri-Eufrate, il sangue dell’acqua (Gilles Munier)
Delenda Carthago (Claudio Mutti)
La “nuova Algeria”. L’ombra statunitense sulle coste del Mediterraneo sud-occidentale (Filippo Pederzini)
L’Europa e l’area euro-mediterranea (Costanzo Preve )
L’immagine della Sfinge: l’Egitto nasseriano e l’opinione pubblica italiana (Spartaco Alfredo Puttini)
Crimea: analisi storica e questioni attuali (Stefano Rimini)
La guerra degli oleoti intorno al Mar Nero (Daniele Scalea)
Narcotraffico e Mediterraneo (Adriano Scianca)
I Mediterranei del mondo (Carlo Terracciano)
Malta (Anna Maria Turi)
La geostrategia statunitense nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente (Antonio Venier)
Tirana: il festival dell’attivismo mondialista (Silvia Zugno)

Dibattito: Che farne dell’Unione Europea?

I referendum sulla “costituzione europea” (Costanzo Preve)
Il bambino e l’acqua sporca (Claudio Mutti)

Interviste

Enrico Galoppini, islamologo (Angela Lano)
Mamma Mamaev, vicepresidente del Comitato della Difesa del Parlamento russo (Ernest Sultanov)

Recensioni e postille

Gli studi africani di Fernando Omar Zanon (Francesco Boco)
Cento Mediterranei, un Mediterraneo (Aldo Braccio)
Note sulla politica islamica degli Atlantici (Enrico Galoppini)
The Atlas of Palestine di S. Abu Sitta (Miftah)
Scritti etnonazionalisti di F. Prati e S. Lorenzoni (Claudio Mutti)
L’Inghilterra di J. Von Leers (Daniele Scalea)
Filosofia e geopolitica di C. Preve (Daniele Scalea)
L’egemonia americana nel Vicino Oriente di G. Corm (Stefano Vernole)

EURASIA. Rivista di Studi Geopolitici, n. 3/2005

Il Mediterraneo ha costituito per secoli il centro geopolitico dei conflitti tra le potenze europee; ma anche oggi, nell’epoca in cui lo scontro geopolitico avviene su uno scenario continentale (eurasiatico), l’area mediterranea rimane il luogo di una possibile frattura tra Nord e Sud, la zona che un occupante straniero deve necessariamente controllare. Ecco perché il tema del Mediterraneo, al quale è in gran parte dedicato questo numero di “Eurasia”, rappresenta una scelta veramente opportuna.

Il Mar Mediterraneo è uno spazio sacro per diverse tradizioni, culture e popoli; anche se questo aspetto non occupa un posto rilevante nelle considerazioni dei geopolitici, il contributo di Claudio Mutti (Delenda Carthago) sulla storia e sulla fine di Cartagine getta luce su tale questione, quanto meno in maniera indiretta, allorché egli considera la contrapposizione tra il materialismo cartaginese e la cultura greco-romana e prende in considerazione sotto l’angolatura storica il conflitto tra una potenza essenzialmente di terra (Roma) e un imperialismo talassocratico (Cartagine).

A questo punto va menzionato il breve articolo di Anna Maria Turi su Malta, poiché questo piccolo Stato si trova all’incirca tra la costa dell’antica Cartagine e la penisola italica. Malta, che può esser detta l’unico Stato arabo membro dell’Unione Europea, merita un’attenzione speciale per via della sua storia lunga e movimentata, nella quale si sono concentrati quasi tutti i fattori delle vicende mediterranee.

Il Mar Nero può esser visto come una estensione del Mediterraneo. Il Mar Nero è stato oggetto di lunga contesa tra gli eredi dell’impero bizantino ed oggi, dopo il dissolvimento dell’URSS, è uno dei luoghi in cui è più aggressiva la penetrazione occidentale nel cuore del continente eurasiatico. Di ciò si occupa Daniele Scalea nel breve ma incisivo studio su La guerra degli oleodotti intorno al Mar Nero. Stefano Rimini, a sua volta, tratta dell’importanza rivestita dalla Crimea (Crimea: analisi storica e questioni attuali), la penisola del Mar Nero che è teatro di conflitti di nazionalità pressoché ignorati.

Carlo Terracciano, recentemente scomparso e commemorato in un necrologio per la sua vita consacrata all’ideale della liberazione europea ed eurasiatica, stabilisce una interessante analogia tra il “nostro” Mediterraneo e altre due regioni del globo: il Mar dei Caraibi e il Mar Cinese Meridionale (I Mediterranei del mondo). Ciascuno di questi tre mari regionali non solo è circondato dalla terraferma o da grandi isole (è il caso del Mar Cinese Meridionale), ma ha anche, al centro, un’isola che è la chiave strategica per il dominio di tutta l’area. Sono la Sicilia, Cuba e Formosa (Taiwan). La conquista della Sicilia da parte degli USA è il tema di un accurato studio di Alessandro Lattanzio (La Sicilia tra il luglio 1943 e il dicembre 1945), pubblicato anch’esso in questo numero di “Eurasia”. Quanto a Cuba, la presenza degli Statunitensi sul territorio dell’isola socialista è tristemente famosa per via del campo di concentramento per Musulmani situato nella baia di Guantanamo, mentre Taiwan costituisce la postazione americana contro quello che si profila come il nemico principale degli USA: la Cina. I tre punti nevralgici dei tre Mediterranei del mondo sono dunque tutti quanti sotto il controllo della potenza mondiale egemone.

Alberto B. Mariantoni (Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente) illustra l’evoluzione del “Mare Nostrum” in un retroterra americano, presentando un elenco completo delle basi statunitensi (basi militari e spionistiche) nella regione mediterranea, fino al Vicino Oriente. Alla presenza militare statunitense in un’altra regione dell’Eurasia è invece dedicato l’interessante articolo di Fabrizio Vielmini, La presenza militare USA in Asia centrale.

La strategia di questa conquista del grande spazio europeo ed eurasiatico attraverso il canale mediterraneo è analizzata da Antonio Venier (La geostrategia statunitense nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente), il quale conclude che “le operazioni della grande strategia americana sono state fino ad oggi sostanzialmente coronate dal successo, con il solo ostacolo della tenace resistenza irachena”.

Una parte di questa strategia americana coinvolge la “nuova Algeria”, che, invece di percorrere la via democratica verso l’instaurazione di uno Stato islamico (cammino iniziato con le elezioni del 1991), è stata trascinata in una sanguinosa guerra civile, finché è riemersa come stabile base operativa per la penetrazione americana nei territori nordafricani, grazie all’installazione di una base di telecomunicazioni per la cosiddetta “guerra al terrore”. Questa sequela di fatti si trova nell’articolo di Filippo Pederzini La “nuova Algeria”. L’ombra statunitense sulle coste del Mediterraneo sud-occidentale.

Un esempio di resistenza araba contro il dominio imperialista è rievocato da Spartaco Alfredo Puttini (L’immagine della Sfinge: l’Egitto di Nasser e l’opinione pubblica italiana). L’autore esamina le reazioni dell’opinione pubblica italiana nei momenti alle notizie provenienti dall’Egitto nasseriano, nella prospettiva di un’alleanza euro-araba per l’integrazione euromediterranea.

Chi si avvantaggia dell’attuale situazione di egemonia occidentale sul Mediterraneo sono le varie specie di mafiosi che esercitano il traffico di stupefacenti dall’Asia alla Turchia ai Balcani, o controllano il mercato degli schiavi tra la mafia “russa” e l’entità sionista. Alcuni particolari aspetti di questa realtà sono trattati da Adriano Scianca, che in Narcotraffico e Mediterraneo si concentra sul traffico di droga indicandone gli operatori unicamente in Albanesi e Cecena.

Silvia Zugno descrive, con interessanti particolari, un festival tenuto a Tirana nel giugno 2005, al quale hanno partecipato vari gruppi dediti alla diffusione della “democrazia” (ossia alla sostituzione della sovranità nazionale con la subordinazione alla strategia mondialista e ai “valori” culturali americani). L’autrice si addentra nella strategia retrostante, che si trova esplicitamente descritta in testi strategici statunitensi come ad esempio Restoring the American leadership: 13 cooperative steps. Tuttavia c’è un aspetto che non viene menzionato: la strategia americana deve il suo successo non soltanto alle irrealistiche aspettative di “libertà” e “prosperità”, che vengono sfruttate dagli organizzatori delle “rivoluzioni colorate”, ma anche alle ingiustizie storiche commesse dalle stesse potenze eurasiatiche (Mosca, Pechino e altre). La strategia eurasiatista deve tener presente questo fatto, se vuole avere successo.

Costanzo Preve, filosofo di formazione marxista diventato un collaboratore costante di questa rivista, pone una serie di questioni veramente opportune. Sul rapporto tra l’Europa e il “suo” Mediterraneo (L’Europa e l’area euro-mediterranea) egli sembra chiedere: quale Europa? Sappiamo di che cosa stiamo parlando? Esiste un’Europa cristiana? Esiste un’Europa carolingia? Un’Europa illuminista? Un’Europa borghese? Per Preve il punto focale, a parte tali questioni, è la trasformazione dell’Europa negli anni decisivi 1989-1991, un periodo in cui le concezioni ristrette sull’Europa sono diventate anacronistiche, mentre la “riunificazione” dell’Europa è stata un successo strategico per gli USA e la strategia euro-atlantista. In generale, l’allargamento dell’Europa non può essere visto in termini di positivo-negativo, ma nella prospettiva di una crisi, anche di natura antropologica. L’ostacolo principale alla costituzione di una unità euro-mediterranea è, naturalmente, la demonizzazione dell’Islam: non solo la demonizzazione in chiave estremista rappresentata dall’odio fallaciano, ma anche quella che si articola intorno al concetto della “arretratezza” dell’Islam. (Per quanto concerne lo “scontro di civiltà” col mondo islamico, si veda anche l’intervista rilasciata da Enrico Galoppini: Mondo islamico e disinformazione: la dimensione mediatica dello “scontro di civiltà”). Preve si aspetta una inevitabile secolarizzazione delle società musulmane, come effetto del progresso scientifico. Evidentemente egli non prende in considerazione la funzione ciclica dell’Islam né la speciale relazione esistente in Islam tra la conoscenza e il sacro, grazie alla quale la cultura islamica è alle origini della scienza moderna, anche se nella tradizione islamica il posto della scienza non è al centro, ma nella struttura della tradizione stessa. Questo equilibrio non ha potuto essere trasmesso all’Europa cristiana, sicché quest’ultima ha conosciuto uno sviluppo tecnico unilaterale inteso come fine in sé o come mezzo per il profitto capitalistico. Perciò possiamo dire che l’Islam non solo non sarà secolarizzato dalla tecnica, ma che anzi esso e soltanto esso dispone dei mezzi idonei per distruggere la pseudoreligione idolatria del capitalismo, le cui radici, in questo numero di “Eurasia”, vengono fatte risalire all’epoca biblica (cfr. Marek Glogoczowski, Genesi biblica della rivoluzione iperborghese).

Preve ha recentemente trattato la questione delle prospettive geopolitiche europee nel suo libro Filosofia e geopolitica, pubblicato dalle Edizioni all’insegna del Veltro (la stessa casa editrice che pubblica “Eurasia”) e recensito in questo numero della rivista da Daniele Scalea.

In un suo altro contributo presente in questo numero (I referendum sulla “costituzione europea”) Costanzo Preve fornisce una panoramica della globalizzazione e dell’opposizione che essa incontra. Per lui la “costituzione” bocciata da Francesi e Olandesi è un passo verso un’Europa neoliberale, parte del blocco occidentale egemonizzato dagli USA, e quindi egli loda la bocciatura di tale “costituzione”. A questo intervento ne segue uno di Claudio Mutti (Il bambino e l’acqua sporca), che concorda con la critica di Preve alla “orribile Europa dei burocrati neoliberali”, ma mette in guardia contro la demolizione degli strumenti europei per la costruzione di un’Europa integrata e quindi un possibile impero europeo indipendente da Washington. Un grave pericolo, secondo Mutti, è dato dalla regressione all’”Europa delle piccole patrie”, l’”Europa dalle cento bandiere”, ossia un mosaico di staterelli che non potrebbe costituire un contrappeso rispetto alla superpotenza americana e che è caldeggiato dai movimenti populistici e di estrema destra (sempre islamofobi e xenofobi secondo diverse graduatorie). Aggiungiamo da parte nostra che tali movimenti, in crescita in alcuni paesi europei, possono rappresentare una seconda pista per Washington e Tel Aviv, se “i burocrati neoliberali” non riescono a realizzare il programma globalista.

Questo argomento viene trattato da Claudio Mutti anche in una recensione critica del libro di Federico Prati e Silvano Lorenzoni Scritti etnonazionalisti. Per un’Europa delle Piccole Patrie, libro che presenta una prospettiva diametralmente opposta a quella di ogni idea imperiale, e dell’eurasiatismo in particolare. Dei due autori di questo libro, il secondo ci è noto per avere scritto no studio illuminante su Chronos. Saggio sulla metafisica del tempo e un interessante – ma in parte stupido – studio sulla degenerazione delle razze umane intitolato Involuzione. Il selvaggio come decaduto. Stranamente, Lorenzoni non sembra accorgersi che il micronazionalismo da lui proposto costituisce proprio una via per giungere alla degenerazione delle culture, alla “pigmeizzazione”, per usare un suo termine. Ma quello che Claudio Mutti mette in luce è un altro aspetto di questa idea di “un piccolo Stato per ogni piccolo gruppo etnico”: la sua compatibilità – per non dire di più – coi progetti americano-sionisti di frammentazione di tutte le possibili realtà rivali, come è dimostrato dai casi del Cossovo e del Curdistan. Una analoga posizione “etnonazionalista volkisch” – neologismo tre volte ridondante, come osserva Mutti – è rappresentata da Guillaume Faye, il quale è uno dei principali agents d’influence che operano per trasformare la destra europea, vecchia o nuova, in un senso favorevole ai progetti atlantismi.

Martin A. Schwarz

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